
Le palpebre sono abbassate, la testa è china, il respiro accelerato, il corpo contratto, il viso e il collo diventano rossi o al contrario è presente un estremo pallore e una debolezza del corpo;
“VORREI SCOMPARIRE, VORREI ESSERE SOTTERRATO!”.
Un desiderio di sparire dalla vista per diventare invisibile agli occhi degli altri. La vergogna ha a che fare con il modo in cui ci si è sentiti accolti, accettati e riconosciuti. Quando si prova vergogna, spesso si ha un senso di indegnità, di debolezza, di impotenza, di inadeguatezza, di dipendenza, di fragilità e di incoerenza davanti lo sguardo dell’altro, come dire che “così come sono, non sono degno, non vado bene”. Questa espressione ha a che fare sia con l’identità che con i legami e il senso di appartenenza. “E’ come sono per gli altri ad imbarazzarmi”.
La vergogna è una mancanza di riconoscimento.
Per evitarla, si ricorre a varie modalità: ci si nasconde, si disprezza, si critica, si umilia, si diventa arroganti o accondiscendenti, si diventa abili nel controllare tutto, ci si prende eccessivamente cura degli altri, si fa del tutto pur di piacere a tutto il mondo. Tutti questi comportamenti hanno in comune il senso di solitudine.
Nel lavoro terapeutico un ruolo privilegiato lo riveste la relazione di cura tra paziente e terapeuta, uno spazio in cui puoi concederti di accoglierti e di lavorare sulle interazioni che generano vergogna.
“Sentendosi non amati e non attraenti, abbiamo paura di stendere la mano per avere amore, di cercare o chiedere rispetto. Temendo una risposta ostile dagli altri, non ci permettiamo di parlare liberamente e di farci valere. Teniamo sotto controllo la nostra aggressività naturale. Rinunciamo ad affermare il nostro essere. Oppure possiamo diventare fobici o eccessivamente aggressivi per nascondere le nostre paure”.
Alexander Lowen